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WELFARE STATE: OSSERVAZIONI SUL PASSATO ED ANALISI DEL PRESENTE di Anselmo de Cataldo LA STORIA Storicamente può comprendersi la nascita del Welfare State solo se si analizza quello che è stato un evento assolutamente centrale nello svilupparsi del XX secolo: la Grande Crisi del 1929. Preceduta da manifestazioni e sintomi secondari, la crisi esplode con il crollo di Wall Street nel cosiddetto "Giovedi' Nero: è il 29 ottobre del 1929 ed il mondo sta per affrontare una delle più terribili recessioni della storia, che avrà fondamentali conseguenze non solo economiche, ma anche politiche e sociali. Per rendersi conto della gravita' della situazione, basta leggere alcuni dati (analizziamo dati che si riferiscono agli USA, paese maggiormente afflitto dal tracollo economico ma che può essere preso come esempio, poichè le situazioni negli altri paesi capitalisti non si discostano nella sostanza dai suddetti dati): il PIL nel '29 è uguale a 104 mld $, nel '33 scende a 56 mld $ e fino al '39 risalire solo a 91 mld $; i disoccupati nel '29 sono pari al 3,2% della forza lavoro, nel '33 al 25% e fino 'al '39 resteranno pari al 17,2%. La situazione è dunque catastrofica, tanto che i "profeti marxisti" sono convinti di stare finalmente assistendo al tanto atteso e più volte annunciato crollo del sistema capitalistico. Molte sono le teorie che cercano di spiegare nei modi più disparati le ragioni della crisi: da quella maggiormente accreditata, secondo la quale la recessione si originerebbe da uno squilibrio strutturale tra offerta e doma-nda dovuto al fatto che il reddito dei consumatori non era cresciuto proporzionalmente alla offerta di manufatti (mancata crescita dovuta a sua volta ad un assetto capitalistico e sociale non adatto allo svilupparsi di una Societa' di Massa), per finire a quella proposta da M. Friedman secondo cui la crisi sarebbe stata causata dalla interferenza dell'autorità politica nella vita economica. Comunque due saranno le reazioni degli stati occidentali: la prima una risposta democratica (USA, GB, Francia e Paesi Scandinavi) sancira1 la nascita del Welfare State e l1inizio dell'intervento dello Stato nell'economia (dunque una soluzione in senso democratico alla crisi dello stato liberale); la seconda una risposta autoritaria (Italia e Germania) che darà alla luce Fascismo e Nazismo. In entrambi i casi comunque, se pur in modi sostanzialmente diversi, assistiamo ad un fenomeno comune: lo Stato entra prepotentemente nella vita economico-finanziaria (e non solo...) di tutti questi paesi. La differenza però non è di poco conto: infatti mentre in USA e GB l'assistenza sociale, la previdenza sociale e le cure mediche vengono riconosciute come diritti degli individui (diritti sociali), in Italia e Germania queste prestazioni vengono concesse semplicemente per ragioni di Ordine Pubblico; inoltre in USA e GB lo stato entra nell'economia ma pur sempre rispettando la libera iniziativa privata, mentre nelle due dittature europee il controllo dell'attività economica è molto più oppressivo, ed il fine dell'iniziativa privata deve comunque essere l'interesse dello Stato; quindi, a riguardo delle prestazioni sociali fornite dai governi italiano e tedesco durante le dittature fascista e nazista, non può correttamente parlarsi di W.S. È dunque in questi anni che si assiste alla nascita dello Stato Sociale. La crisi porta ad un ripensamento del ruolo dello Stato nella vita economica e sociale di molti paesi ed il pioniere di questo grande cambiamento è F.D. Roosvelt. Eletto presidente nel 1932 Roosvelt da' subito inizio alla politica del NEW DEAL: il governo sostiene imprese in seria difficoltà con prestiti federali che saliranno in breve a miliardi di dollari; da' inizio ad un vasto programma di lavori pubblici e di prestiti per la costruzione di case, strade, ponti e migliorie locali al fine di stimolare le imprese e offrire nuove possibilità di lavoro; da' direttamente lavoro attraverso i Civilian Conservation Corps a circa 3 milioni di giovani; istituisce elaborati sistemi di soccorso per i disoccupati (a quel tempo non esisteva alcun tipo di assicurazione contro la disoccupazione e gli interventi degli organi assistenziali locali erano del tutto inadeguati); per impulso del presidente il congresso vota nel '35 una serie di leggi di previdenza sociale che dispongono pensioni per la vecchiaia, assicurazioni per i disoccupati, sussidi per i ciechi e per i bambini mutilati e stanziamenti per i servizi di sanità pubblica. Lo sforzo fatto per fronteggiare la depressione è quindi enorme: le spese del governo federale da un totale di 3.127$ nel '29 salgono a quasi 9 mld di dollari nel '39; di esse quasi il 40% è destinato a coprire uscite che direttamente o indirettamente rientrano nella categoria delle spese sociali, praticamente inesistenti prima della grande crisi (escludendo le pensioni erogate agli ex combattenti). Nel 1939 un americano su 5 riceve una qualche forma di aiuto governativo, e dal '34 fino al '39 una percentuale della spesa federale oscillante tra il 60% e l'8O% del totale è destinata a finanziare misure di-rette a combattere la recessione. La gestione di tutti questi programmi richiede una eccezionale dilatazione delle strutture governative: la burocrazia fede-rale cresce da 588.000 unità nel '31 a 1.370.000 nel '41, ed anche il debito pubblico subisce una impressionante accelerazione verticale. Insomma l'America è ad una svolta storica (svolta che prima o poi compiranno in modo ancora più deciso quasi tutti gli altri paesi occidentali): il ruolo dello stato federale cambia poichè, da mero garante dell'ordine e della sicurezza personale secondo l'etica del liberalismo ottocentesco, assume nuove funzioni sociali, interviene nella realtà economica del paese, tenta di indur-re gli operatori privati a programmare la produzione, si trasforma in datore di lavoro e si impegna ad operare una redistribuzione della ricchezza. questa e una nuova filosofia dello stato, un nuovo "pactum societatis" che, nato con il New Deal, continua a regolare ancora oggi la nostra convivenza. Anche in Gran Bretagna nascerà molto presto il W.S., e forse è proprio qui che lo troviamo realizzato per la prima volta in modo completo e omogeneo (infatti gli USA manterranno sempre una legislazione sociale più limitata rispetto ai paesi europei). Con il Piano Beveridge del 1942 prende piede la nuova filosofia politica, che trova completa attuazione a partire dal 1948 con la realizzazione del servizio sanitario nazionale gratuito. Il modello della GB sarà di ispirazione a quasi tutti i paesi europei che, anche se più gra-dualmente della GB, sotto la spinta di un forte movimento sindacale, realizzeranno ampi sistemi di sicurezza sociale. Le caratteristiche comuni di questi pur diversi W.S. possono cosi' indicarsi: cure mediche gratis per la maggio-ranza dei cittadini, istituzione del sistema pensionistico statale, salario minimo garantito, sussidi per la disoccupazione, istruzione alla portata di tutti e una serie di servizi (trasporti, attività ricreative, etc.) a prezzi poli-tici. Quindi il W.S. inizialmente nasce e si sviluppa proprio nei due paesi (USA e GB) di più antica ed autentica tradizione liberale, e viene portato avanti da uomini come Lord Beveridge e J.M. Keynes che sono considerati dei liberali riformatori, e da Roosvelt, che è stato giustamente definito un "conservatore Illuminato". Ciò dimostra come sia proprio il valore che i liberali attribuiscono agli individui, alla loro vita, alla loro libertà, alla loro dignità e sicurezza, a legittimare la creazione dello Stato Sociale, e come sia l'or-ganizzazione economica basata sulla libertà di iniziativa privata e sul libero mercato concorrenziale a rendere possibile in concreto la realizzazione di si-stemi di sicurezza sociale, cioè a fornire le basi economiche per la Solidarietà, senza le quali questa è destinata a rimanere una mera dichiarazione di intenti troppo spesso enunciata per bieco spirito propagandistico e populistico. I principi del Liberalismo-Liberiamo non sono quindi semplicemente compatibili con il W.S., ma gli sono addirittura necessari, tanto è vero che è proprio l'allontanarsi dei meccanismi di Welfare dai suddetti principi ed il coniugarsi col Keynesismo ed il Democraticismo che ha portato alla crisi lo Stato Sociale. Gli stati socialisti infatti, che si sono posti come alternativa radicale al modello capitalista di produzione e all’ideologia liberal-liberista, quelli che miravano all'Eguaglianza di tutti i cittadini attraverso la pianificazione completa dell'economia (piani quinquennali) e la redistribuzione totale dei profitti, hanno fallito. Le loro economie li hanno portati alla fame e sono riusciti a redistribuire soltanto povertà e miseria, e neanche queste in parti eguali (per capire le conseguenze assurde della pianificazione economica, basta fare un esempio concreto di ciò che è realmente avvenuto in URSS in applicazione di uno dei piani quinquennali: sottostimata la necessità di produrre viti e sovrastimata quella di produrre chiodi ci si trovò a dover assemblare parte dei televisori prodotti quell'anno con chiodi anziché viti, facendo sì cha già dopo soli 12 mesi più del 50% di quegli apparecchi fosse inutilizzabile. Le parole di uno dei maestri del pensiero liberale devono far riflettere: "Non è forse il Mercato il più efficace strumento di solidarietà?! Oppure la Solidarietà deve ridursi al reciproco pianto sulle nostre miserie?". Ed ancora F. Von Hayek: "Solo una società che abbia abbracciato la logica del Mercato può permettersi il conseguimento di fini umanitari perché è ricca e può farlo tramite operazioni fuori mercato e non con manovre che siano correzioni del mercato medesimo". Questi due maestri ci ricordano che è solo lo stato liberale di economia di mercato che può prendersi cura dei più poveri e sfortunati, essendo solo questo così prosperoso da poterlo e volerlo fare, in ossequio a quelli che sono i suoi valori fondamentali, resi concreti in tutte le costituzioni occidentali. Avendo dimostrato la genesi liberale del W.S., possiamo ora analizzare la sua evoluzione nel corso degli anni. Finita la Seconda Guerra Mondiale con la vittoria delle potenze alleate, la maggioranza degli stati occidentali si allineeranno alle loro politiche che, in continuità con gli anni precedenti, saranno volte alla costruzione di sistemi di sicurezza sociale e di interventismo statale nell’economia. Questi sono gli anni in cui si diffondono le teorie macroeconomiche di uno dei più importanti economisti del secolo: J.M. Keynes. L'autore inglese con la sua opera "teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta" eserciterà una influenza decisiva su tutto il pensiero economico dagli anni quaranta in poi, e soprattutto sulle scelte di politica economica di molti governi. Secondo Keynes "lo stato dovrà esercitare una influenza direttiva circa la propensione a consumare", "Non ci si può affidare unicamente alle leggi di mercato", "una socializzazione di una certa ampiezza dell'investimento ai dimostrerà l'unico modo per conseguire una pie-na occupazione", "il libero gioco delle forze economiche deve venire moderato e guidato", "è necessario un intervento diretto dello stato in economia", ma anche "non si vede alcuna necessità di un sistema di socialismo di stato che abbracci la maggior parte della vita economica della collettività" e "deve rimanere ancora gran campo all'esercizio della iniziativa e della responsabilità individuale". Insomma, le tesi di Keynes insieme al vento riformatore del New Deal e del Beveridge Plan insinueranno nei politici la convinzione che il futuro sa-rebbe stato indissolubilmente ed ineludibilmente legato ad una concezione attivista dello stato e ad un regime di economia mista. Il contemporaneo diffondersi del Socialismo e del Democraticismo porteranno le masse alla medesima convinzione, ed il liberalismo classico sarà messo "in cantina" almeno fino agli anni settanta. Infatti in questo periodo (1945-1970) solo pochissimi hanno il coraggio di dirsi liberali: Hayek fonda la Mont Pelerin Society con lo scopo di non far morire gli ideali liberali classici, e pubblica opere centrali quali "La strada per la schiavitù" e "La costituzione della libertà"; Popper da' alla luce "La società aperta e i suoi nemici" e Berlin il suo "Due concetti di libertà". Queste, insieme a poche altre, sono le sole voci che si discostino dal coro. Intanto i governi varano politiche di W.S. sempre più estremiste: la logica del "tutto a flutti" e dell' "assistenza dalla culla alla tomba" va sempre più dilagando, e con questa si assiste alla esplosione del debito pubblico, al costante aumento della pressione fiscale, alla statalizzazione della economia e alla burocratizzazione dello stato. L'economia mondiale è però in espansione, ed i problemi di un W.S. ormai assistenziale non hanno la forza di sciogliere il favoloso connubio instau-ratosi tra i ceti medi, che possono finalmente sentirsi protetti da uno Stato Padre che li cura e li assiste e contemporaneamente sentirsi ipocritamente benefattori dei più poveri e diseredati, e la classe politica, che, schiava della logica del consenso, fa volentieri a meno di porsi il problema della sostenibilità di tale modello di sviluppo. Nel frattempo la spesa pubblica dei paesi dell'occidente capitalista sale nel '60 a circa il 30% del PIL, nell' '80 a circa il 40% ed oggi ha superato la soglia del 50%. Il livello di tassazione ha lo stesso andamento: un secolo fa l'imposizione fiscale era intorno all'8/10%, mentre oggi è tra il 40 e il 50%. Questi problemi emergeranno con forza e chiarezza soltanto intorno agli anni settanta, e precisamente sarà sempre un evento economico anche se sicura-mente neanche paragonabile come rilevanza rispetto alla crisi del '29, a portare ad un ripensamento dei rapporti Stato-Individuo-Societa': è la crisi petrolifera del '73 (per inciso è interessante rilevare come l'eco-nomia eserciti una evidente influenza sulla cultura; Marx, anche se nei termini solitamente manichei, aveva in questo sicuramente dato una corrette lettura della realtà. Detta crisi apre un periodo di tendenza negativa per l'economia, e questa difficoltà porterà alla luce le contraddizioni e le storture dei sistemi di Welfare realizzati durante gli anni precedenti che, da una parte non rispondono alle aspettative di liberazione materiale dell'uomo, dall'altra innescano una spirale inflattiva che attacca i risparmi, altera i profitti, infrange insomma le regole minime del mercato. Durante gli anni settanta rifiorisce il pensiero liberale: la "scuola della Public Choise" di Buchanan e Tullok, gli esponenti neoliberisti e i "nuovi economisti" francesi propongono un ritorno al mercato; allo stato minimo e ad una maggior selettività delle prestazioni pubbliche, mentre nel frattempo Friedman e Von Hayek ricevono il Premio Nobel. Questa ondata neoliberista sfocierà nei due fenomeni politici che hanno caratterizzato gli anni ottanta: Reganismo e Thatcherismo. L'America di Reagan è il contrario di quella del New Deal roosveltiano, così come la GB della Lady di ferro lo è rispetto a quella di Beveridge e Attlee. In entrambe Riformismo, Egualitarismo e Statalismo sono percepiti come elementi estranei alla tradizione liberale anglo-americana, e la soluzione ai mali di questi tre -ismi è il Libero Mercato ed il Ritiro dello Stato. Al grido "più mercato, meno stato" si procede alla contrazione dei sistemi di W.S., alla privatizzazione di moltissime imprese di stato, alla deregulation normativa di molti settori; si diminuiscono le tasse per ridare slancio alla domanda interna e agli investimenti, e di conseguenza si tagliano drasticamente le spese sociali e si comincia a smantellare il gigantesco edificio delle burocrazie di stato. Senza voler entrare nel merito della validità della risposta pratica neo-liberale incarnatasi nel Reganismo-Thatcherismo, è però sicuramente in-teressante andare a studiare le analisi critiche a cui i neoliberali hanno sottoposto i sistemi di Welfare State.
ANALISI CRITICA I sistemi di W.S. sono afflitti da problemi che tendono a degradarli: si tenterà ora un'analisi specifica delle possibili cause dell'avvicinarsi del sistema al collasso, procedendo prima alla loro elencazione e poi alla loro trattazione sistematica. I W.S. e le tre asimmetrie II W.S. e le lobby in democrazia III W.S., redistribuzione e classe media IV W.S., pressione fiscale e debito pubblico V W.S. e burocrazie di stato VI W.S., dilemma del rendimento e teoria del sovraccarico VII W.S., sistema fiscale e disincentivo ai migliori VIII W.S., clientelismo e corruzione IX W.S. e la demagogia politica
1. WELFARE STATE E LE TRE ASIMMETRIE La teoria delle tre asimmetrie spiega uno dei perché della crescita smisu-rata dell'imposizione fiscale e della spesa pubblica che accompagnano lo sviluppo del w:s. Esistono tre asimmetrie nella percezione dei costi e dei benefici della spesa pubblica:
A) Asimmetria della quantità numerica Il processo politico democratico favorisce decisioni il cui risultato è un vantaggio per un ristretto numero di beneficiari, mentre il costo si disperde su un alto numero di contribuenti. Es. Il governo deve decidere se conferire un finanziamento di £100 mld ai 1000 produttori del bene X. Ogni singolo produttore ha un notevole interesse (£100 milioni) ad adoperarsi per l'approvazione del provvedimento, e quindi impiegherà energie affinché questo avvenga. Il costo dell'opera-zione è sopportato invece da un numero così elevato di soggetti (una intera nazione) tale che ogni singolo pagherà una quota minima per finan-ziarla (esempio £1000); dunque la concentrazione dei benefici e la dispersione dei costi favorisce le decisioni di spesa.
B) Asimmetria della visibilità La seconda asimmetria è dovuta al fatto che il processo politico privi-legia decisioni basate su benefici visibili e costi invisibili. La visibilità del beneficio fa sì che chi se ne avvantaggia sostenga determinate scelte, mentre l'invisibilità' del costo rende praticamente inesistente l'opposizione alla spesa. Es. Riferendoci al caso precedente, ogni beneficiano avrà un interesse pari a £100 milioni a curare l'operazione (visibilità), mentre i singoli cittadini non avendo un interesse rilevante (solo £1000) ad acquistare informazioni sulle ragioni della spesa e, in caso ad opporsi a questa, non eserciteranno in pratica alcuna forma di controllo nè di limitazione su di essa (invisibilità).
C) Asimmetria temporale La terza asimmetria consiste del fatto che il processo politico favorisce scelte che portano a vantaggi immediati e costi lontani nel tempo. Es. Il governo finanzia un progetto di spesa a favore dei produttori del bene Y; i produttori ricevono dopo pochi mesi dalla delibera il denaro del finanziamento, mentre il governo scarica il costo dell'operazione emettendo BOT; la collettività pagherà questi costi molto in là nel tempo. Il risultato--è un vantaggio immediato per i produttori e uno svantaggio futuro (e quindi poco percepito) per tutti. In particolare questa asimmetria è evidentissima in Italia, paese in cui l'incredibile instabilità dei governi ha contratto l'orizzonte temporale delle decisioni politiche, facendo in modo che l'unica preoccupazione dei governanti fosse quella di rastrellare consensi, perché, essendo appunto la vita media di un governo intorno ai 13/14 mesi, di certo sarebbe toccato ad altro esecutivo sobbarcarsi l'onere dei costi. Così le tre asimmetrie operanti nei sistemi di W.S. di economia mista portano alla formazione del Deficit. La crescita di questo si rivela costante anche se non ininterrotta: infatti, ogni volta che esso raggiunge determinati livelli di allarme, i governi sentono la necessità di ridurlo, ma la riduzione del Deficit non viene quasi mai realizzata con tagli di spesa, ma con l'aumento dell'im-posizione fiscale. Il taglio di spesa, infatti, finirebbe, da un lato, col penalizzare un limitato numero di cittadini (quelle categorie beneficiarie delle sovven-zioni governative e organizzate in Lobbies in grado di esercitare forti pressioni sul governo) mentre, dall'altro, favorirebbe la società "in toto" ma in maniera poco percepibile. Pertanto le tre asimmetrie insieme ad altri meccanismi di funzionamento delle democrazie, fanno sì che la riduzione del Deficit avvenga sempre attraverso un livello di tassazione e di spesa superiore, e mai attraverso tagli.
2. WELFARE STATE E LE LOBBIES IN DEMOCRAZIA
Lobby: anche se nelle costituzioni di tutto il mondo questa parola non compare, nei testi di politologia e di diritto costituzionale troviamo spesso interi capitoli a questa dedicati. Infatti oggi è evidente che, se a livello costituzionale la democrazia è un meccanismo complesso che ha i suoi ingranaggi nel Parlamento, nel Governo, nella Corte Costitu-zionale, etc., un ruolo fondamentale nelle sue scelte politiche viene e-sercitato dai gruppi di pressione: le lobbies. (In America il fenomeno è così evidente e se ne ha tale coscienza, che è stata varata una legge chiamata Lobbing Act che è una regolamentazione vera e propria dell'attività' delle Lobbies, attraverso la quale si cerca di limitare, lega-lizzandola, la loro azione nella vita pubblica). Se la formazione di Lobbies è connaturale alla Democrazia, il loro pro-liferare è direttamente proporzionale al grado di intervento economico dello Stato nella vita di un paese. Se per esempio lo stato decide di spendere £100 mld per stimolare l'eco-nomia attraverso un finanziamento pubblico ai privati, si formeranno un alto numero di Lobbies e cioè di aggregati di persone che hanno un comune interesse èconomico per una data scelta politica. Maggiore è la decisione di spesa e più alto sarà il numero di Lobbies e più forte la loro struttura e coesione interna. Così si arriva ad una società frammentata in una molteplicità di gruppi che tendono a realizzare i loro singoli e specifici interessi, e questo è sia politicamente sia economicamente dannoso. Politicamente, sia perché sposta la scelta politica dai suoi luoghi legittimi ad altri non con-trollati nè regolamentati, sia perché distorce ed inquina le ragioni stesse della scelta; economicamente perché l'attività' delle Lobbies stimola l'operare delle tre asimmetrie e convoglia una notevole quantità di energie e di tempo in una mera attività di questua. Inoltre la antieconomicita' di una "Democrazia delle Lobbies" è dovuta anche al fatto che la logica lobbistica deprime inevitabilmente l'efficienza del sistema, poiché ogni gruppo di interessi è indotto a tentare di acquistare per sé più risorse di quante ne impiega come costo della sua azione. Sistemi di W.S. troppo espansi e intervento pubblico in economia trasformano la democrazia in una "Democrazia dei Postulanti" (come dice M. Friedman oggi nelle nostre democrazie esiste una nuova classe di persone, la quale vede nella espansione dello stato l'occasione per raggiungere uno status prestigioso e di reddito elevato).
3. WELFARE STATA, REDISTRIBUZIONE E CLASSE MEDIA
Il sistema di W.S. è, così come lo è un intervento economico diretto dello stato a favore di qualcuno, una forma di Redistribuzione. Il Principio di Redistribuzione dovrebbe essere in teoria quello in base al quale Robin Hood agiva nella sua Sherwood: togliere ai ricchi per dare ai poveri ed ai bisognosi.
Senza interrogarci sulla legittimità di questo, se analizziamo come funzionano nel concreto i meccanismi redistributivi, ci rendiamo conto che non è affatto così, e cioè che il sistema non toglie a chi ha di più per dare a chi ha meno. Infatti la complessità della scelta politica di redistribuzione fa sì che oggi i trasferimenti di denaro vadano in realtà a favore delle Classi Medie. Questo principalmente per tre ordini di ragioni:
A) La classe media, essendo numericamente superiore alle altre, è elettoralmente la più forte e dunque la meglio rappresentata; questo ha due con-seguenze rilevantissime: 1) è in fondo indirettamente la classe media, attraverso i suoi rappresentanti o attraverso gli stessi gruppi di pressione, che sceglie le logiche del prelievo fiscale; ciò comporta che, nel rispetto di un normale principio di autotutela tenderà ad essere benevola verso sé stessa e a caricare i costi sociali sulle altre classi. 2) è sempre la classe media a scegliere le logiche di redistribuzione della ricchezza, ed anche in questo caso è logico pensare che avrà per sé stessa un "occhio di riguardo".
B) I meccanismi redistributivi sono burocratizzati e quindi complicati; la classe media ha i mezzi culturali necessari per riuscire ad ottenere ciò che le spetta dalla burocrazia (mezzi che mancano alla classe più povera ed ignorante), ed ha il tempo necessario per farlo (cosa che manca alla classe più alta, a cui conviene lavorare piuttosto che disperdere le pro-prie energie nei meandri della burocrazia); ecco che è ancora la classe media ad approfittare del meccanismo redistributivo. C) È la stessa classe media in parte a costituire la "Burocrazia della Redistribuzione"; è insomma lo strumento stesso della "Macchina dei Trasferimenti"; per questo tende quindi alla conservazione dello statu quo, per man-tenere un doppio vantaggio: stipendio e benefici redistributivi. Se si considerano poi le energie che vengono disperse nella attività di redistribuzione-trasferimento, il danno economico che la società subisce è grandissimo. Le politiche di trasferimento hanno costi altissimi e utilità sempre più basse! Che senso ha creare una struttura che costa miliardi e miliardi e che ha praticamente quasi come unico risultato quello di togliere X ad A per restituirgli meno di X?! Stante quanto sopra e rinunciando alla retorica della solidarietà, ci accorgiamo che il sistema finisce col funzionare in maniera paradossale perché le classi svantaggiate dalla redistribuzione risultano quella alta e quella bassa, e la classe media la principale beneficiaria; ma mentre la prima ha comunque i mezzi per vivere più che dignitosamente, è la seconda che subisce i maggiori danni: se il SSN non funziona, coloro che ne subiranno le maggiori conseguenze sono quelli che non possono permettersi di ricorrere a cure mediche private. I ricchi possono pagare due volte (imposte per la sanità e parcella del medico privato), ma i meno abbienti no. Analogamente per la scuola, le pensioni, etc. etc. Ecco il "Paradosso della Redistribuzione". L'Egualitarismo Redistributivo ha creato dunque un mostro, che ha ormai divorato la Solidarietà, e ci ha vomitato addosso un immondo Solidarismo dell'ipocrisia.
4. WELFARE STATE E PRESSIONE FISCALE
Come abbiamo già visto, in questi ultimi decenni la pressione fiscale nei paesi di Welfare è salita anche fino al 50% del reddito. Un così alto livello di tassazione ha, insieme alla scarsa efficienza dei sistemi di sicurezza sociale, portato i cittadini a rendersi conto della gravità del problema, e dunque a reagire. La reazione, che purtroppo come al solito è dovuta a considerazioni di mera natura economica, e non di libertà, può comportare gravi pericoli per le democrazie: movimenti di protesta fiscale possono se-riamente minare le basi della convivenza, e l'incanalamento di tale protesta in forze politiche come la Lega in Italia o il Fronte Nazionale in Francia suscita non poche preoccupazioni. Se quindi è in bilico l'equilibrio sociale, le liberta1 degli individui sembrano, sotto questo punto di vista, già cadute nel baratro. Infatti un paese in cui più della metà di quello che viene prodotto è indirizzato da scelte politiche, e solo la restante parte viene utilizzata in base alle libere scelte dei privati, può questo paese dirsi libero?! Può un uomo che per sei mesi l'anno lavora per lo stato e per i restanti sei lavora per sé dirsi libero?! La risposta a queste domande è NO! La libertà economica è il contenuto, il presupposto della libertà politica. Patto sociale e libertà individuale sono quindi oggi messe in gravissimo pericolo dal degradarsi dello Stato Sociale in Stato Assistenziale.
5. WELFARE STATE, BUROCRAZIA ED EFFICIENZA I sistemi di Welfare che operano oggi attribuiscono determinate competenze e funzioni ad enti di diritto pubblico; il sistema sanitario così come quello scolastico e quello pensionistico vengono gestiti dallo stato, o comunque, anche se non direttamente da questo, secondo criteri sia giuridici che economici di tipo pubblicistico e non certo privatistico. La conseguenza della pubblicizazzione di questi campi è la loro Burocratizzazione ed Inefficienza. Il settore pubblico ha infatti dei difetti che gli sono congeniti e più o meno accentuati a seconda delle specifiche condizioni socio-culturali: rigidità delle strutture, eccessiva regolamentazione normativa, mancanza di in-centivi alla produzione e all'efficienza, difficoltà di gestione delle ri-sorse umane, etc., rendono il settore pubblico inefficiente, ma il contempo-raneo formarsi delle burocrazie di stato fa sì che chiunque tenti non dico di eliminare, ma soltanto di riformare dati settori della Pubblica Amministrazione, incontri una fortissima resistenza, poiché, come ogni altro potere, la Burocrazia tende all'autoconservazione. Inefficienza e burocrazia sono due tematiche troppo vaste per poter essere qui affrontate, ma chiunque sia semplicemente entrato in contatto con una P.A., sa perfettamente quanto questi due carcinomi la affliggano.
6. WELFARE STATE, DILEMMA DEL RENDIMENTO E TEORIA DEL SOVRACCARICO
Queste due teorie spiegano il perché dell'insostenibilità dello sviluppo del W.S. sulla linea politica finora seguita. 1) Secondo la Teoria del Dilemma del Rendimento un sistema di W.S., se vuole trattenere i più abbienti, deve fornire servizi di standard assai elevati e persino inessenziali, con una vera e propria escalation dei costi; quindi rischia di inseguire l'appagamento di bisogni troppo elevati e caricare così la collettività in modo insostenibile. Questa tesi si confà maggiormente all'analisi delle cause della crisi del W.S. nei paesi scandinavi piuttosto che nel nostro.
2) La Teoria del Sovraccarico (R. Rose) spiega come una democrazia assistenziale tenda alla ingovernabilità e dunque al collasso. Secondo questa teoria la creazione delle condizioni più favorevoli allo sviluppo dei gruppi e alla crescita delle aspettative degli stessi che la democrazia comporta, produce un sovraccarico di domande sulle istituzioni che, col tempo, finisce per causare l9irrazionalita' del processo decisionale e l'appesantimento nel funzionamento delle istituzioni rappresentative, tali da mettere in serio pericolo la stabilità delle democrazie stesse.
7. WELFARE STATE, SISTEMA FISCALE E DISINCENTIVO AI MIGLIORI
Questa analisi parte da una considerazione di fatto, e cioè quella che in tutti i paesi di W.S. e interventismo statale nell'economia il sistema fiscale è piu1 che proporzionale, cioè progressivo. Coscienti che in linea teorica questa relazione non è necessitata, analizziamo comunque gli effetti di tale sistema perché questa coincidenza non è casuale, ma è frutto della logica di fondo della nostra società che, dal modo di realizzazione del W.S., dall'interventismo economico dello stato e da molti altri indizi tra cui la progressività della tassazione, si dimostra essere, come lo stesso Hayek affermava, di tipo socialista. Il criterio della progressività opera in modo che più un cittadino produce, e più viene tassato; d' significa che man mano che il singolo aumenta la sua produttività, diminuisce la possibilità da parte sua di utilizzare i frutti del suo lavoro. Facciamo un esempio: un libero professionista lavora e sulla prima lira guadagnata lo stato sì appropria del 10%, sulla quinta del 12% e sulla centesima dell'8O%; capiamo bene come un sistema del genere disincentivi i migliori alla produzione, e quindi sottragga importanti energie alla società. Il problema allora è: è economicamente valido un sistema che funziona in questo modo?! Se gli economisti discutono sulla sua validità, sicuramente i liberali concordano nel considerarlo assolutamente illiberale. Friedrich Von Hayek e Milton Friedman hanno già a riguardo formulato proposte concrete per passare da un sistema progressivo ad uno proporzionale.
8. WELFARE STATE, CLIENTELISMO E CORRUZIONE
1) W.S. e clientelismo Il nostro paese è un perfetto esempio di come i meccanismi di W.S. possano essere utilizzati dalla classe politica per rastrellare consensi in modo illecito. La decisione di far usufruire un cittadino di un servizio sociale ha, come ogni decisione, un certo margine di discrezionalità; il politico non fa altro che adopererai affinché la discrezionalità vada in un senso più che in un altro, in cambio dell'appoggio elettorale del beneficiano. Un meccanismo del genere è facile che si instauri, poiché questa operazione accontenta tutti: il politico aumenta il suo potere, il cittadino beneficiario accede ed una prestazione alla quale non avrebbe diritto, il funzionano della P.A. che ha permesso nel concreto l'illecito è lautamente compensato; chi paga è la collettività. (Questa degradazione del W.S. avviene se ci sono specifiche condizioni politico-culturali ad agevolarla; queste erano presenti, e probabilmente lo sono tuttora in Italia.
2) W.S. e corruzione
Il problema della corruzione è legato sia al W.S., sia all'interventismo economico dello stato. Il W.S. agevole la corruzione per il meccanismo suddetto: gli autori dell'illecito guadagnano entrambi dall'operazione, il costo di questa ricade sulle società dopo anni del fatto, la possibilità di venire scoperti è abbastanza improbabile. L'interventismo economico statale agevole anch'esso la corruzione, fondamentalmente perché, come al solito, dove lo stato deve discrezionalmente di-stribuire privilegi, è facile che i criteri di scelta vengano piegati dalla logica dell'interesse particolare. Si può quindi affermare che la redistribuzione della ricchezza nelle forme e con le modalità oggi operanti facilita i fenomeni del Clientelismo e della Corruzione. Queste considerazioni abbastanza semplici ed immediate sembrano sconosciute agli "intellettuali" italiani. Infatti del "Fenomeno Tangentopoli" molto si è scritto sui giornali riguardo corruzione e questione morale, ma nessuno ha spiegato il perché di una prassi corruttiva così diffusa: Tangentopoli non è forse la conseguenza naturale di una esagerata presenza dello stato nella società e nella economia?! Perché nessuno ci spiega che l'unico-modo per evitare che la corruzione continui non è instaurare uno "Stato di Polizia" con al governo la Procura di Milano, ma diminuire l'interventismo sta-tale e liberare il mercato, lasciando ai privati ciò che tuttora resta nel-le troppo avide mani del settore pubblico?!
9. WELFARE STATE E DEMAGOGIA POLITICA
La democrazia è un sistema che, in quanto tale, mostra il fianco agli attacchi del populismo e della demagogia; il mercato dei consensi vede spesso politici-imprenditori disposti a promettere la luna pur di vincere la competizione elettorale, ed il grave handicap della Democrazia Assistenziale di oggi è che permette non solo di promettere, ma anche, seppur momentaneamente e con grandissimi costi, di realizzare quello per cui il politico si era impegnato in campagna elettorale. Infatti attraverso il meccanismo del Deficit e lo "sfondamento del bilancio" è possibile dare oggi benefici ai cittadini e scaricarne i costi sulla generazione futura. In questo modo si può instaurare tra i politici una competizione perversa a chi promette di più e a chi realizza maggiori benefici assistenziali per i cittadini, senza che il problema del pareggio del bilancio possa in alcun modo fermare questa corsa verso il baratro. Questo meccanismo sopra descritto non è semplicemente una ipotesi teorica, ma è quello che è avvenuto in molti paesi, tra cui anche l'Italia. Nel nostro paese infatti, nonostante l'art. 81 Cost. ultimo comma ("ogni altra legge che importi nuove e maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte") tenda ad assicurare un approccio responsabile alle decisioni di spesa, dopo il 1961 il deficit ha cominciato a crescere ed ha travolto il vincolo costituzionale; questo è accaduto proprio perché i politici, supportati anche dalla mitologia keynesiana della "Spesa in Deficit", hanno cominciato una battaglia demagogica a colpi di assistenzialismo, che ci ha portati alla odierna crisi economico-finanziaria. Dunque il pericolo che corre una Democrazia di W.S. è quello di venire rapita da demagoghi irresponsabili e ciechi, pronti a tutto pur di conservare il potere.
CONCLUSIONI I sistemi di W.S. attraversano tutti una profonda crisi, e come ha scritto Heclo "il W.S. è oggi all'affannosa ricerca del proprio futuro". Ma se il W.S. "dalla culla alla tomba" è fallito, quale sarà questo futuro? Il W.S. ne ha uno? La risposta non può che essere affermativa. Il W.S. infatti è, nella sua idea generatrice, un grande passo avanti che l'uomo ha compiuto sulla strada della Civiltà (e a cui lo stesso liberalismo ha molto contribuito). I problemi del W.S. e le sue storture non devono farci dimenticare il suo valore, ma anzi spingerci a trovare soluzioni sempre migliori. La sfida del domani è, come dice R. Dahrendorf, "assicurare molte chances di vita per tutti", ed è questo che si deve avere come obiettivo nel riformare il W.S. I Neoliberali dunque hanno un compito molto arduo da realizzare, ma se pro-cederanno secondo la logica del "Riformismo Graduale" e l'etica della mode-stia intellettuale che "l'ultimo degli illuministi", Karl R. Popper ci ha insegnato, l'obiettivo è raggiungibile, ed il nuovo millennio potrà forse realizzare gli ideali nati dalle tre grandi rivoluzioni liberali (inglese, americana, francese). Sono infatti proprio i Neoliberali a poter "curare" il W.S., poiché il suo deterioramento in Stato Assistenziale è dovuto alle "cattive compagnie" con cui si è tenuto per mano durante questi anni, e cioè Democraticismo e Keynesismo, contro cui il Liberalismo-Liberismo ha combattuto e combatte da tempo. Il W.S. nato liberale è stato corrotto dal Keynesismo che, professando la teoria della spesa pubblica in deficit, ha fatto saltare i vincoli di bilancio ed ha aperto la strada all'azione delle tre asimmetrie, portando cosi1 debito pubblico, spesa sociale e tassazione alle stelle, e dal Democraticismo, che ha inghiottito il rispetto per gli individui, per i loro profitti, per le minoranze, ed in generale ha affievolito il rispetto della libertà e dell'autodeterminazione dei singoli in nome di una "Volontà Generale" di roussoiana memoria. W.S. e Democrazia sono due grandi conquiste, ma vanno limitate e regolate per far sì che non si autodistruggano trasformandosi in Stato Totale Assistenziale e Dittatura della Maggioranza. Questa limitazione deve impedire le naturali degradazioni a cui tendono W.S. e Democrazia, e lo strumento per tale opera di arginamento è proprio quello storicamente utilizzato dal Liberalismo: la Costituzione. La costituzionalizzazione di norme per il pareggio del bilancio, sul massimo imponibile fiscale, potrebbero per esempio, costituire una valida risposta ad alcuni dei problemi qui descritti. In generale è necessaria una "Nuova Difesa Costituzionale". L'obiettivo della "Riforma Liberale" deve essere quello di un governo a poteri limitati, in cui decisioni su fisco, spesa ed emissione di moneta siano soggette a regole non meno severe di quelle oggi poste a tutela della libertà personali fondamentali.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
La lezione di questo secolo K.R. Popper La società aperta e i suoi nemici K.R. Popper La via della schiavitù, Legge, legislazione e libertà F. Von Hayek Saggio sulla libertà J.S. Mill Il futuro della democrazia N. Bobbio Democrazia: cos ' è ? G. Sartori Per un nuovo liberalismo R. Dahrendorf Storia del pensiero economico W.J. Barber Liberalismo J. Cray Capitalismo e libertà M. Friedman Storia contemporanea Guarracino
Sono stati consultati inoltre scritti vari dei seguenti autori: A. Martino F. Antiseri G. Galeotti M. Deaglio D. Da Empoli A.M. Petroni M. Pera
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